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Voyager Magazine - Tartesso

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su Voyager Magazine

(N°16 DICEMBRE 2013)


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Voyager Magazine tartesso ercole contro gerione

L’Ercole fenicio e l’Ercole greco secondo Erodoto

"Cercando di trovare le migliori informazioni possibili su questi argomenti, ho compiuto un viaggio a Tiro in Fenicia avendo sentito che vi era un tempio dedicato a Eracle che lì era molto venerato. Ho visitato il tempio che ho trovato riccamente adorno di offerte fra le quali due colonne, una d'oro puro e l'altra di "smaragdos" smeraldi che molto brillavano di notte. In una conversazione con i sacerdoti chiesi da quanti anni fosse stato eretto il tempio e scoprii dalle loro risposte che anch'essi fornivano date diverse da quelle degli Elleni. Essi dissero che il tempio era stato costruito 2.300 anni prima. A Tiro ho notato un altro tempio dove lo stesso dio era venerato come Eracle di Thasos. Così andai a Thasos dove trovai un tempio di Eracle che era stato costruito dai fenici che colonizzarono quest'isola quando andarono alla ricerca di Europa. Anche questo era stato eretto cinque generazioni prima di quando Eracle, il figlio di Anfitrione era nato in Ellade. Queste ricerche mostrano chiaramente che esiste un antico dio Eracle, e la mia opinione è che quegli Elleni agiscono in modo saggio erigendo e mantenendo due templi di Eracle; in uno Eracle viene venerato con il suo nome Olimpico e riceve sacrifici come dovuti a un immortale, mentre nell'altro gli si rendono onori dovuti ad un eroe."

Erodoto” (storie 2.44)


TARTESSO


QUI UN TEMPO FINIVA IL MONDO

Una leggendaria città ai limiti dei territori anticamente conosciuti potrebbe affondare le radici in una storia tanto millenaria quanto dimenticata


Tartesso era la mitica città iberica che gli antichi ponevano nell’occidente estremo, ai confini del mondo conosciuto. Di lei si sa pochissimo: il mito l’ha decantata in una delle dodici fatiche di Ercole, la leggenda la vuole ricca di oro e di minerali preziosi; la storia potrebbe prima o poi reclamare un suo ruolo in questa lontana e misteriosa vicenda? In un antico racconto epico vengono narrate le gesta dell’eroe fenicio Melqart (Mélicerte) di Tiro e di come questi, in un remoto passato, conquistò Tartesso e si spinse oltre i limiti territoriali fino ad allora concepiti arrivando sino allo stretto dove finisce il Mediterraneo ed inizia l’Oceano. Dove era esattamente Tartesso e quali tesori custodiva? Forse una risposta in questo senso potrebbe arrivarci dall’analisi di ciò che ci rimane della lunga e gloriosa ma purtroppo dimenticata storia della Fenicia.


Una storia dimenticata

Chi erano i Fenici? Quale è l’origine e la storia di questo antico popolo?

Il termine “Fenici”, con cui venivano chiamati, risale certamente ad Omero ed è senza dubbio collegato alla parola greca “phoinix” (rosso porpora). La porpora è un pigmento di colore rosso che si estrae da un mollusco e, in antichità, era molto ricercato perché serviva per la tintura delle stoffe. Furono i primi in assoluto a scoprire come ricavarla, ne divennero esperti produttori e fecero la loro fortuna commerciandola in tutto il Mediterraneo.

Le loro navi percorsero rotte che nessuno aveva mai osato intraprendere prima; si spinsero lungo tutte le coste del Mediterraneo dove fondarono numerose città. La più leggendaria di tutte fu Tartesso, alle estremità del mondo conosciuto (lo stretto di Gibilterra), conquistata in un’impresa che si perde nella notte dei tempi dall’eroe fenicio Melqart noto anche come l’Ercole di Tiro. In seguito, forse, seppero spingersi anche oltre: secondo alcuni studiosi, giunsero persino nel continente americano ben 2000 anni prima di Colombo. A supporto di questa tesi ci sarebbe il controverso “testo di Paraibo” un’iscrizione su pietra ritrovata nel 1872 in Brasile in cui è incisa una preghiera in fenicio.

Svilupparono, primi fra tutti, una scrittura alfabetica e furono abili costruttori a tal punto che si narra che Re Salomone avesse commissionato proprio ad artigiani fenici la costruzione del famoso Tempio a Gerusalemme.

Ma cosa è rimasto di tutto ciò? Sembra incredibile ma di questa straordinaria civiltà non è rimasta praticamente traccia se non per alcune rovine e qualche indiretta testimonianza scritta. Eppure, in un remoto passato, la loro gloria e la loro fama dovevano essere note ovunque. Il destino di questo popolo sembra aver inesorabilmente seguito quello della più famosa delle sue colonie: Cartagine. “Delenda Carthago” (“Cartagine dev’essere distrutta”) fu l’ordine perentorio di Roma al termine della terza guerra punica. Di Cartagine rimase solo qualche rovina e tanto la furia devastatrice dei nemici concesse alle altre città della splendida e misteriosa civiltà fenicia.


Il testo ritrovato

Tra le nebbie del tempo si intravede però una piccola luce. Qualcosa sarebbe forse rimasto; un racconto molto antico che proviene da Sanconiatone (Sanchuniathon) di Berito (odierna Beirut ) un semi-leggendario autore fenicio che visse prima di Omero. Come i racconti di Solone su Atlantide si impressero nella memoria di Platone quand’era bambino, anche per Sanconiatone, le gesta degli eroi fenici narrate nei canti sacri a Tiro rimasero un ricordo indelebile della sua infanzia; ricordi che seppe poi riportare nella sua “storia della Fenicia”, opera di ben nove libri che sembra essere giunta almeno fino al I secolo d.C. quando lo storico greco Filone di Biblo ne realizzò la traduzione in greco. Sia il testo di Filone di Biblo che quello di Sanconiatone non sono sopravvissuti al tempo e la loro esistenza è stata sempre messa in dubbio. Le uniche testimonianze a proposito derivano dalla “praeparatio evangelica” scritta dal cristiano Eusebio di Cesarea nel IV secolo d.C. in cui viene sintetizzato quanto riportato da Filone di Biblo. Scavi a “Ras Shamra” (antica Ugarit) in Siria nel 1929 hanno però rivelato documenti fenici che sostengono gran parte delle informazioni riportate da Sanconiatone sulla mitologia fenicia e sulle loro credenze religiose. Possiamo allora considerare queste fonti come attendibili? Per molti studiosi il dibattito rimane tutt’altro che chiuso.

Nel 1836 venne pubblicato sulla rivista “Revue des deux mondes” un misterioso articolo in cui era menzionato il ritrovamento di una copia del testo di Filone di Biblo nel convento portoghese di Santa Maria de Merinhao. Anche se esistono molti dubbi sull’autenticità di questo ritrovamento è interessante analizzarne i contenuti. Nell’articolo vengono riportati dei passi importanti che narrano le gesta del popolo fenicio ed in particolare della spedizione che arrivò fino all'isola di Ceylon ai tempi del re di Tiro, Joram o Hiram, contemporaneo di Salomone e soprattutto delle imprese eroiche di Melqart, l'Ercole fenicio, e di come egli arrivò a conquistare Tartesso con tutte le sue immense ricchezze.


Le gesta di Melqart

“Tu trionferai sul mare sconosciuto e primo tra i mortali vedrai i confini della terra. Tu diverrai così grande che Kronos e gli altri dei ti guarderanno come un loro pari”. Con queste parole, lo zio Jurus, predice il futuro a Melqart. Melqart era nato nella città fenicia di Tiro ed era giunto sull’isola dello zio dopo che suo fratello Isroas aveva ucciso Déisone la bellissima ragazza che i due si erano contesi. Con questa ferita nel cuore l’eroe parte verso l’ignoto. Una tremenda tempesta lo porta ad Ersiphonié (probabilmente sulla costa ligure) scala il “Liban” una grande montagna (sulle Alpi) dove incontra una divinità, raggiunge poi i suoi compagni nei pressi dell’attuale Rodano. Si imbarcano ed arrivano su di un’isola (nelle Baleari) in cui trovavano bellissime mandrie di buoi. Queste sono custodite dall’inospitale Obybacros e Melqart ed i suoi compagni sono costretti ad usare la forza per prendere alcune di queste bestie per il loro sostentamento. Ripartono e naufragano su un’isola dove l’eroe incontra “Leiathana”, la regina dei serpenti, che lo sceglie per vendicarsi di “Masisabas”, un terribile re di taglia e forza smisurata che le aveva sottratto il regno. Gli dice di andare a cercarlo a Tartesso, ai confini del mondo, e qualora lo avesse sconfitto avrebbe trovato, per ricompensa, delle immense ricchezze nella dimora di questi. Per rendergli il compito più facile gli regala una bottiglia che contiene un veleno mortale con il quale uccidere il suo nemico. Quando le navi, dopo diversi giorni di navigazione verso ovest, giungono a Tartesso vengono prontamente attaccate e Masisabas stesso accorre sulla costa per confrontarsi con loro. Melqart, senza indugiare, gli scaglia contro il suo giavellotto con una forza tale che lo trapassa da parte a parte appendendolo ad un albero lì vicino. Tartesso è conquistata e con essa tutte le sue ricchezze che consistono in molto oro e in enormi cumuli d'argento. Altri metalli preziosi gli sono poi portati in dono dalle popolazioni limitrofe che lo accolgono come un dio, perché solo una divinità avrebbe potuto sconfiggere Masisabas. Saputo che più avanti avrebbe trovato uno stretto (di Gibilterra) che conduceva all'Oceano l’eroe fenicio vi si dirige e vi erige due colonne, una per ciascuno dei due promontori presenti sugli estremi dello stretto. Da allora e nei secoli avvenire Melqart fu venerato come un dio in molti dei templi fenici e le sue gesta ricordate nei canti sacri.


Miti a confronto

L’impresa di Melqart ha, senza ombra di dubbio, precise corrispondenze con la decima delle dodici fatiche di Ercole: “I buoi di Gerione”. Come l’eroe fenicio anche l’Ercole greco si reca su di un’isola della penisola Iberica (“Erythia”) dove vi sono delle splendide mandrie; combatte contro un gigante (“Gerione”) arrivando ai confini del mondo (“Gibilterra”); sui due promontori (“Abila e Calipe”) dello stretto, posti uno in Europa ed uno in Libia, erige le celebri colonne note, appunto, come “Colonne d’Ercole”, che sono citate anche da Dante: “dov'Ercule segnò li suoi riguardi, acciò che l'uom più oltre non si metta”. Queste, a quanto riportato dall’articolo sulla rivista “Revue des deux mondes”, dovevano essere ancora presenti ai tempi di Sanconiatone. Le due colonne divennero l’oggetto di culto con cui i fenici simboleggiavano il dio Melqart; la loro presenza nei templi fenici, secondo le testimonianze di molti autori classici, era diffusissima, segno di come Melqart, l’eroe che era divenuto un dio, fosse considerato una delle principali divinità del loro pantheon. Secondo alcuni studiosi anche le colonne (“Jachin” e “Boaz”) del famoso Tempio di Gerusalemme che Salomone fece erigere dai maestri di Tiro, sarebbero collegate all’eroe fenicio testimoniando la forte connessione che esisteva, al tempo, tra i due popoli. E’ lecito supporre ed anche molti storici classici lo affermano, che siano esistiti più Ercole provenienti da varie tradizioni (fenicia, egizia e greca) e che la mitologia ellenica li abbia assimilati facendoli confluire in un solo eroe. Qualunque sia stata la cultura di origine di questo personaggio esso rappresenta l’incarnazione dell’aforisma “per aspera ad astra” (attraverso le asperità alle stelle) che riflette un concetto molto caro agli antichi: la possibilità di elevarsi, attraverso gesta eroiche o il superamento di imprese quasi impossibili, allo stato di divinità.


Una storia lontana

Giganti, luoghi remoti, divinità, enormi quantità di ricchezze sono tutti elementi che ritroviamo nel racconto di Sanconiatone. Ma dietro i veli del metafisico, come per molti altri racconti epici, potrebbero nascondersi episodi realmente accaduti che riguardano un passato della nostra storia che ignoriamo ma di cui possediamo solo qualche tassello. La posizione in cui viene indicata Tartesso, ossia in Andalusia nei pressi della foce del Guadalquivir, avrebbe un riscontro con la grande disponibilità di metalli preziosi della zona. Fatto, questo, che trova anche corrispondenza sia con le ricchezze presenti nella città conquistata da Melqart e sia con quanto riportato in un passo della Bibbia relativo al profeta Ezechiele (27, 12): “Tarshish [Tartesso] commerciava con te [Tiro] per le tue ricchezze di ogni specie, scambiando le tue mercanzie con argento, ferro, stagno e piombo …”. Una storia antica carica di mistero e di fascino che ci rimanda ad un passato che, nonostante gli sforzi operati nel settore archeologico, non riusciamo ancora a recuperare. Secondo Erodoto i fatti avvennero in un tempo remotissimo, si parla di un periodo antecedente il 2750 a.C., ed è quindi difficile poter stimare la veridicità di questi racconti. In base alle sue conoscenze il neoplatonico Porfirio (III sec. d.C.), che era di origine fenicia, credeva fermamente che Sanconiatone fosse un autore reale. Non ci resta quindi che aspettare che qualche scoperta, come avvenne per la città di Troia, ci permetta di passare “dal mito alla storia”.

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Dicembre 2013 18:22  


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Athanasius Kircher

Athanasius Kircher




Athanasius Kircher fu un personaggio molto particolare i cui interessi spaziarono in tutti i campi dello scibile umano. La sua ricerca si basava principalmente sulla comprensione dei meccanismi cardine che regolavano la natura. In totale affinità con il sentimento neoplatonico di cui fu uno dei massimi esponenti concepiva tutti gli aspetti del mondo sensibile come emanazione dell'uno dal quale andavano prendendo forma attraverso una serie di stati degradativi. Secondo Kircher questo processo di derivazione dalla fonte unica avveniva sempre con lo stesso meccanismo per ogni singolarità della natura e ciò permetteva che principi scoperti in un determinato campo erano, per analogia, applicabili ad un altro apparentemente molto diverso dal precedente. Con tale forma mentis egli poté investigare e conoscere a fondo un'infinità settori spaziando dall'astronomia alla matematica, dall'archeologia all'ottica, dalla chimica al magnetismo, dalla filosofia alla musica, dalla storia naturale alla fisica e alla gnomonica. Il suo sapere non si limitava al solo studio teorico ma era costantemente accompagnato da brillanti realizzazioni quali ad esempio il prototipo della lanterna magica che espose, insieme ad altre meraviglie meccaniche, nel suo "Wunderkammer" il primo museo della scienza al mondo. Creò inoltre una delle più antiche calcolatrici e compilò la prima rappresentazione cartografica delle correnti marine; fu il primo ad osservare il sangue umano al microscopio e con la sua decifrazione del Copto e la sua interpretazione dei geroglifici gettò le basi che portarono all'attuale decodifica dell'antica scrittura egizia.

La vita di Athanasius fu costellata da molti eventi particolari tra cui ce ne furono alcuni che lo portarono addirittura molto vicino a perdere la vita: una volta rischiò di annegare perchè cadde in una crepa apertasi in un fiume ghiacciato ma anche se faticosamente, riuscì a trarsi in salvo; durante la guerra dei trent'anni per poco non fu impiccato da un gruppo di protestanti che dopo averlo circondato e derubato lo lasciarono andare perché riconobbero qualcosa di speciale nella sua estrema calma di fronte alla fine che stava subendo; da giovane si salvò miracolosamente dallo sfracellarsi quando fu trascinato dalla corrente verso la ruota di un mulino ad acqua; un'altra volta rimase miracolosamente illeso quando, mentre stava guardando una corsa di cavalli, finì accidentalmente sotto gli zoccoli degli animali. Grazie alla sua estrema fede in Dio e nel destino che, come affermò egli stesso, lo doveva portare a compiere qualcosa di grande, mantenne sempre una straordinaria calma cosa che gli fu di notevole aiuto anche in quei frangenti pericolosi.

Il Kircher possedeva una personalità poliedrica. Il suo carattere particolare lo spinse ad praticare per ben cinque anni un curioso esercizio. Per esercitare l'umiltà si finse stupido dal momento in cui fu ammesso al noviziato dei Gesuiti di Paderbon in Vestfalia (2 ott 1618) fino a quando non fu trasferito a Coblenza nel 1623. Dotato di una spiccata sensibilità verso il metafisico ebbe diverse visioni e sogni "profetici" come quello che gli preannunciò la distruzione, per ordine di Gustavo Astolfo di Svezia(1631), del collegio dei gesuiti di Wurzburg dove egli risiedeva. Era anche un uomo in cui una sterminata curiosità si legava ad una buona dose di temerarietà e questo lo portò, non solo ad ammirare in loco le eruzioni dell' Etna e dello Stromboli (1637) e ad osservare da Tropea terremoto che distrusse Sant'Eufemia nel 1638, ma addirittura come un novello Plinio Seniores, a scendere, all'età di più di settant'anni, nel cratere del Vesuvio per eseguire delle misurazioni.

Appassionato della storia arcaica dell'uomo intraprese moltissime ricerche indirizzate al reperimento di documenti e prove legate ad episodi a cavallo tra la storia e la mitologia. In particolare i suoi interessi si diressero principalmente su Atlantide di cui possedeva un'antica mappa che esamineremo in seguito e sui più importanti resoconti biblici come il Diluvio Universale, l'Arca di Noè, la Torre di Babele ed i Giganti per cui collezionò i resti di alcuni elefanti antidiluviani ritrovati a Trapani e Palermo nel 1636 e diversi scheletri dalle misure straordinariamente grandi (Le "ossa di giganti" delle grotte di Maredolce presso Palermo).

Le informazioni sulla sua vita oltre a pervenirci dall'innumerevole quantità di opere lasciateci e dalla folta corrispondenza che tenne con più di 760 personaggi dell'epoca, fra cui scienziati (Leibniz, Torricelli e Gassendi), medici, missionari gesuiti, due imperatori del Sacro Romano Impero, papi e potentati di tutto il mondo (Cristina di Svezia), ci arrivano anche attraverso la sua autobiografia di cui riportiamo l'incipit:

    "Nacqui il 2 maggio 1602, giorno di Sant'Atanasio, alle tre della notte, nell'infelice città di Geisa, a tre ore di viaggio da Fulda. I miei genitori erano Johann Kircher e Anna Gansek, cattolici devoti, rinomati per le loro buone opere."

Cronologicamente il giovane Athanasius entrò all'età di dieci anni nel collegio gesuita di Fulda e poi, ammesso come novizio nel collegio gesuita di Paderborn (2 ottobre 1618) ivi rimase finché gli esiti delle persecuzioni della guerra dei Trent'anni lo costrinsero ad andare prima a Munster e successivamente a Colonia, dove proseguì i propri studi scientifici e umanistici. Nel 1624 si trasferì prima a Mainz, dove nel 1628 divenne sacerdote e poi presso l'Università di Würzburg in qualità di professore di filosofia, matematica e lingue orientali. Nel 1633 ricevette, praticamente in contemporanea, due illustri proposte che lo volevano l'una a Vienna per succedere a Keplero, deceduto nel 1631, nel ruolo di matematico presso la corte dell'imperatore Ferdinando II e l'altra a Roma per l'importante traduzione di alcuni vocabolari copti. Il destino lo mosse nel novembre del 1633 a Roma dove rimase per tutto il resto della sua vita fatta eccezione per un soggiorno a Malta fra il 1636 e il 1637 in qualità di confessore di Hesse-Darmstadt da poco convertitosi al cattolicesimo. Nel 1638 venne nominato professore di matematica presso il Collegio Romano, incarico che lasciò otto anni dopo per dedicarsi completamente alle sue ricerche. Morì a Roma il 27 novembre 1680 e fu sepolto nella Chiesa del Gesù mentre il suo cuore, per suo espresso volere, venne invece tumulato nella cappella di Santa Maria della Mentorella vicino a Palestrina. Questo luogo, sin dal suo primo incontro avvenuto casualmente nel 1661, ebbe un'attrazione speciale per il gesuita. La chiesetta abbandonata che lì sorgeva si poggiava sulle rovine dell'antico santuario edificato nel luogo dove era avvenuta la conversione di Sant'Eustachio e la cui fondazione risaliva secondo un'iscrizione all'imperatore Costantino come ci viene descritto nella autobiografia Kircheriana:

    "Ci avvicinammo e scoprimmo che si trattava di una chiesa in quasi completa rovina. Entrai e mi resi conto che era stata una chiesa magnifica. Rimasi stupito al pensiero che fosse stata costruita in quella terra spaventosamente desolata, e supposi che vi si nascondesse un segreto. … guidato da Dio, mi imbattei in una lastra di marmo su cui era inciso il testo seguente: In questo luogo si convertì Sant'Eustachio, allorchè il Cristo crocefisso gli apparve tra le corna di un cervo. In memoria di tale avvenimento, l'Imperatore Costantino il Grande fece erigere questa Chiesa, solennemente consacrata dal santo papa Silvestro I al culto della Madre di Dio, e di Sant'Eustachio."

Il Kircher si adoperò moltissimo per farla ristrutturare e da quel giorno decise che vi ci sarebbe recato ogni 29 settembre, giorno in cui si festeggia San Michele Arcangelo, e divenne per lui il posto dove egli più amava ritirarsi a meditare e a scrivere.

La sua poderosa produzione letteraria (più di trenta testi) lo fece apprezzare come uno dei più grandi eruditi del XVII secolo. Tra le sue opere più suggestive, ricordiamo il Prodromus Coptus sive Ægyptiacus (1636), Lingua Ægyptiaca restituta (1643), Ars Magna Lucis et umbrae in mundo (1645–1646), Obeliscus Pamphilius (1650), Musurgia universalis, sive ars magna consoni et dissoni (1650), Œdipus Ægyptiacus (1652–1655), Mundus subterraneus, quo universae denique naturae divitiae (1664–1678), Obelisci Aegyptiaci interpretatio hieroglyphica (1666), China Monumentis, qua sacris qua profanis (1667), Ars magna lucis et umbrae (1671), Arca Noë (1675), Sphinx mystagoga (1676) e Turris Babel sive Archontologia (1679).